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DI CHE PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI MEDICINA

 

L’idea che si ha normalmente della Medicina non è un’astrazione, si desume da quello che ogni giorno avviene negli ambulatori della Medicina Generale, nei reparti ospedalieri e negli studi privati degli specialisti.

 

Da un punto di vista antropologico, la realtà, in sintesi estrema, è la seguente.

Un individuo che si rivolga a un medico viene diagnosticato in riferimento a una malattia nosologicamente definita e gli si applica una terapia standard per quella patologia. Se le malattie sono due (o più), egli riceve due (o più) terapie standard. Nelle patologie croniche le terapie sono assunte indefinitivamente. L’iter comprende anche accertamenti di laboratorio, strumentali e visite specialistiche, talvolta ospedalizzazioni ed interventi chirurgici.

 

Questa realtà che a noi appare ovvia è invece culturalmente determinata, insegnata nelle università e nell’aggiornamento professionale, e realizzata nelle strutture pubbliche e private. Essa inoltre è francamente condizionata dal mercato del farmaco che indirizza verso una gestione della cronicità e verso terapie standard ospedaliere specialistiche.

 

Possiamo considerare che sia questa la cornice sanitaria della pratica della Biomedicina, almeno nei Sistemi Sanitari dei Paesi più industrializzati.

 

Questa realtà sanitaria non appare oggi ottimale in riferimento allo stato generale di salute della popolazione, che viene facilmente avviata verso una inevitabile cura in cronico delle patologie. Tali patologie sono in aumento e ad esse si aggiungono quelle iatrogenicamente determinate.

La pratica corrente della Biomedicina in sé è, inoltre, oltremodo dispendiosa in termini di risorse economiche per i Sistemi Sanitari.

Riguardo i singoli pazienti, appare deresponsabilizzante in riferimento a qualsiasi evento morboso: la cura è ampiamente delegata ed il paziente la esige.

In questa cornice sanitaria, il medico svolge eminentemente il ruolo tecnico di fornitore/mediatore di cure standard.

 

Un punto di vista antropologico differente esige un differente punto di vista dell’osservatore.

Se l’osservatore è un medico che abbia inoltre acquisito una competenza teorica e clinica in una Medicina differente dalla Biomedicina, il suo punto di vista è differente.

Per evitare ogni discorso teorico, evidenziamo il caso di un medico che abbia una competenza aggiuntiva esperta in Medicina Omeopatica.

 

Da un punto di vista epistemologico, l’Omeopatia è un Programma di Ricerca in Medicina, nel senso di Lakatos (ciò che comunemente si chiama Scienza Medica) ampiamente corroborato (costituendo in atto la seconda Medicina per diffusione nella popolazione mondiale).

Il Metodo Osservazionale e Sperimentale Scientifico su cui è interamente costruita la Medicina Omeopatica [enunciato già nel 1810] è lo stesso da cui ha avuto poi origine il Programma Biomedico [enunciato nel 1845].

La differenza (molto) significativa è che tale Metodo viene in Omeopatia applicato non soltanto ai segni oggettivi della fenomenologia clinica (osservabili in terza persona), ma anche a quelli soggettivi e relazionali (in prima e seconda persona). Inoltre, i modelli teorici di valutazione della salute-malattia-cura-guarigione adoperati in Omeopatia non sono di tipo meccanicistico (come in Biomedicina) ma di tipo complessivo e, più esattamente, sistemico e complesso.

Essendo il paradigma omeopatico più ampio di quello biomedico ed essendo ogni singolo medico omeopata competente anche in Biomedicina, tale medico opera di fatto in una cornice concettuale e clinica in cui ogni aspetto biomedico viene relativizzato ed adoperato con una modalità e per una finalità differente da quella puramente biomedica: il suo obbiettivo primario diviene, cioè, la migliore guarigione possibile nel caso singolo.

Nella pratica, l’operatività clinica omeopatica risulta orientata al miglioramento della salute individuale in senso curativo delle patologie presenti e ad una prevenzione primaria individualizzata; comunemente, l’uso delle terapie e delle procedure biomediche diminuisce a parità d’effetto. 

 

Si tratta di “Medicina Integrata”, ma non nei termini di un’aggiunta procedurale alla pratica biomedica, bensì di una “Medicina Integrata specialistica” che opera in una cornice di significato differente da quella biomedica.

 

Questo, in sintesi, l’apporto specifico della competenza omeopatica nella cura delle singole persone e nella operatività dei Sistemi Sanitari.

 

 

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